Gentilissimi amici e parenti, riprendiamo a scrivere nel blog scusandoci per l’assenza di questi ultimi giorni. Cosa abbiamo fatto in questi ultimi giorni? Leggetevi gli aggiornamenti per sapere cosa abbiamo visitato, mentre nel resto del tempo … spiaggia spiaggia e spiaggia
Siamo belli abbronzati cotti e stracotti ma non ne abbiamo abbastanza. Mentre vi scrivo stiamo ora andando verso Cape Canaveral, il tempo è buono ora (32°C) ed all’orizzonte c’è aria di tempesta. Inoltre abbiamo una notizia da darvi: 8720 km sono stati fatti fino a questo punto, superando il precendente record di km fatto nel 2008. Questa volta però siamo solo ad 1/3 ![]()
Ok inizio a scrivere gli interventi che voi vedrete sotto a questo
Daily Archive for August 18th, 2010
Lasciate le Keys inizia la nostra risalita, ma il mare è ora parte di noi e ne sentiamo il bisogno
Decidiamo quindi di fermarci in queste due località che a differenza di tutte quelle fino ad ora incontrate incarnano il vero spirito di vacanza da agenzia turistica ovvero N chilometri di hotel con spiaggia pulita e mare veramente bello (anche perché qui siamo oramai sull’oceano e non più sul golfo del messico). Un’oretta in ciascuna spiaggia, un bel tuffo e continuazione dell’abbronzatura sono i nostri obiettivi principali.
Dopo 2 giorni di vita Miamese abbiamo puntato la Miami-Cop-Sveglia (
finalmente abbiamo visto Axel Foley!!) presto presto per poterci dirigere verso il punto più basso del nostro U-Turn, ovvero le Keys. Queste isole di corallo fossile sono circondate dall’unica barriera corallina del Nord America. E’ cosi che dopo un paio di chilometri raggiungiamo una delle prime isole ovvero Key Largo dove troviamo il primo dei parchi naturali che visiteremo ovvero il John Pennekamp Coral Reef State Park. Qui dopo aver nolleggiato pinne maschere e snorkel ci buttiamo nelle due spiaggette del parco speranzosi di vedere mille colori e pesci tropicali, trovando invece solamente dell’erba sottomarina e sabbia. Ci rendiamo conto che per raggiungere la barriera corallina è necessario prendere una barca che porta al largo della costa per poi tuffarsi. E sia! Prendiamo questa barca che in 30 minuti circa ci butta in mezzo all’oceano sopra uno degli svariati punti interessanti: diciamo che qui la barriera si vedeva, ma di colori spettacolari ed immagini alla superquark non se ne sono viste. I pesciolini c’erano invece, molti, colorati, piccoli e grandi: si sono anche intraviste alcune medusine piccoline ed un pescione non proprio dall’aria socievole (per darvi una idea, simile ad un barracuda; un altro nuotatore ha detto di aver visto dei barracuda, ma dopo una veloce ricerca su internet sono abbastanza sicuro che non lo fosse.. e almeno così voglio credere dato che me lo sono trovato ad un metro, ndA
)
Dopo la nuotata di 1 oretta il capitano della nave ci riporta sulla costa, dove dopo una bella doccia ripartiamo in direzione Key West, ovvero l’ultima delle isole delle Keys, la terra più a sud degli Stati Uniti a soli 90 miglia da Cuba (purtroppo non si vede l’Havana da Key West!
). Arriviamo qui alla sera dove ci aspetta un diluvio tropicale: quale occasione migliore per fare delle fotografie in attesa dell’uragano? ![]()
Il giorno dopo ci ritroviamo nuovamente con le due ragazze di Miami (stanno facendo un percorso simile al nostro, almeno fino alle Keys) e con la loro più dettagliata guida della Florida facciamo una rapida camminata nei luoghi caratteristici di questa isola tra cui il punto più a sud degli USA, la casa di Hamingway ed il faro di Key West. Dopo esserci salutati ci buttiamo in mare in una bellissima spiaggia che poco ci vuole a definirla caraibica. L’acqua è caldissima ed il sole è fortissimo, dopo le lievi bruciature di Miami non badiamo al numerino sulla crema solare, total protection e via al costo di diventare specchi umani ![]()
Verso mezzogiorno decidiamo di dare vinta la sfida wildboyz-sole a quest’ultimo, prendendo la macchina e dirigendoci verso una delle più belle spiagge delle Keys ovvero quelle di Bahia Honda State Park, un parco naturale con sabbia bianca bordata da foreste tropicali: tradotto spiaggia piena di erbetta marina morta, foglie, rami, acqua a temperatura da cottura della pasta, profondità massima 50 cm e non troppa gente. Ok, non è esattamente il posto paradisiaco visto nelle locandine delle agenzie di viaggio
Ci sono noleggi di kayak e attrezzature sportive, peccato che i noleggi chiudono alle 15:30 ![]()
Un’altra volta ritroviamo nella spiaggia le due ragazze del girl-trip, Simona e Alessandra e ci fermiamo a fare quattro chiacchere sotto il sole cocente. Su questa isola arriva una parte dei ponti costruiti agli inizi del 900 da henry Flagler e una parte è stata ristrutturata per permettere di salirci: qui ho un incontro ravvicinato con una iguana assassina
Scherzo, non era assassina, ma era grossa per lo meno 1 metro e proprio uguale a quelle dei documentari! Purtroppo non ho fatto a tempo a riprendermi dallo spavento per fotografarla che era già scappata (lo furbastra mi ha attraversato il sentiero procurandomi un intenso spavento bloccante con tanto di urlo alla Mel Gibson, ndA).
Dopo essere passati da Miami a Miami Beach attraverso il megaponte che collega l’isola delle spiagge ci siamo subito tuffati nella grande movida di questa city. Primissime impressioni: la spiaggia non è bianca bianca e non è finissima come le prime della Florida. La vicinanza ai caraibi e comunque l’acqua del golfo si fa sentire con rametti e fogliame su tutta la spiaggia (che magicamente al pomeriggio diminuisce/sparisce). Durante il mattino lungo la distesa sabbiosa lunga più di 16 km e larga almeno 50 metri non c’era grandissimo affollamento. Alla sera Ocean Drive (la strada lungomare) è affollatissima, piena colma di ristoranti e locali con musica da ballare, come anche Washington Avenue all’altezza di Española Way. Dopo un primo giorno di superabbronzatura rapida abbiamo recuperato del tempo per fare una visita all’Holocaust Memorial (a Miami pare esserci una delle più alte percentuali di sopravvissuti all’olocausto). La “Scultura dell’amore e del tormento” è una opera intensa, da vedere.
In spiaggia abbiamo poi un incontro particolare: abbiamo conosciuto una bergamasca a Miami! Con Simona e la sua Alessanda amica abbiamo poi trascorso una piacevole serata ad un ristorante messicano mangiano fajitas e sorseggiando sangria con ghiaccio, o meglio ghiaccio con sangria (il ghiaccio pare essere la colonna portante dell’economia statunitense).
Scendendo verso Miami: lasciato il parco o anzi, i parchi di WDW, abbiamo preso l’autostrada in direzione Miami. Ovviamente mica possiamo arrivarci seguendo la strada più corta per cui..giro panoramico attraverso le famosissime Everglades National Park. La nostra super guida consigliava la visita di questo luogo per soli temerari. Potevamo secondo voi non farci tentare? Avevamo previsto solo un passaggio notturno fatta eccezione per la cena. Così è stato: nel bel mezzo di questo “splendido” parco naturale abbiamo intravisto dei tavolini da picnic con tanto di palme e quindi ci siamo fermati subito per fare prima delle fotografie approfittando del tramonto e poi in previsione spaghetti. Gravissimo errore: milioni, miliardi, innumerevoli forme volanti si sono gettate su di noi come mosche sul miele. La guida ci aveva anche avvertito con parole tipo “un paradiso per gli animali selvatici” e vi possiamo confermare che è tutto vero
Questa palude gigante è stata per noi inospitale, vi consigliamo di passarci di giorno seguendo cosa dicono le informazioni turistiche o … non passarci proprio
Dopo una dormita potente in una rest-area dove avevamo pianificato a grandi linee cosa guardare abbiamo puntato le nostre mappe verso Disney World: un megaparco diviso in 4 sottoparchi costruiti attorno al primo e leggendario Magic Kindom, ovvero quello con il castello. Ignari della dimensione effettiva del parco (che per la cronaca supera i 64 Km quadrati) ci buttiamo nella prima uscita dell’autostrada nel parcheggio di Epcot. Subito capiamo che non avevamo ben inteso le condizioni di entrata al parco: i biglietti si vendono “a parco”, quindi un biglietto per Magic Kindom, uno per Epcot, uno per WDW-Studios ed uno per Animal Kindom. Urrà! Ah no, c’è l’opzione hopper con cui si può saltare da un parco all’altro… vabbé, facciamola (che botta di denari!).
Epcot è dedicato all’idea del sig. Disney di creare una comunità tecnologicamente avanzata e si possono trovare attrazioni tipo volo nello spazio simulato (attrazione con due modalità, soft e hard per veri duri, ma c’è chi già con la soft è andato knock-out
). Rimaniamo un paio d’ore dentro questo parco camminando di qua e di la il più del tempo, cercando le attrazioni che avevamo pianificato e distraendoci con quelle di passaggio. Verso mezzogiorno però è l’ora di cambiare parco e quindi cerchiamo il battello che dopo 4 fermate ci porta ai WDW-Studios, una parte del parco che racchiude alcuni set cinematografici e che ricorda la storia del cinema (carina è “The Great Movie Ride”). Sempre qui c’è la prima delle grandi attrazioni ovvero “The Twilight Zone, Tower of Terror”, una di quelle torri shakera-uomini su e giù stile blue-vertigo di Gardaland: ma qui siamo in America, quindi il bigger is better è d’obbligo! Credo sia la prima delle tante torri che ho fatto in passato che ti fa letteralmente alzare il sedere dalla sedia quando cade
Tutto questo per un paio di volte, da non perdere se non avete problemi di stomaco (il tutto dura veramente poco in realtà). Un’altra superattrazione da non perdere è il Rock’n'Roll Roller Coaster Starring Aerosmith: una montagna russa al chiuso con una accelerata iniziale da paura, che probabilmente supera il The Mummy Ride di Los Angeles, seguita poi da diversi giri mortali al buio con chitarre che appaiono all’improvviso in uno stile Rock! Spettacolare ma anche qui dovete essere pronti (una ragazza ha avuto crisi di panico il secondo precedente alla partenza con conseguente blocco totale dell’attrazione). Ok, dopo questo un bel pranzo ad uno degli innumerevoli ristoranti… double cheese-burger con 14 patatine contate (un po’ scarsette le porzioni per essere negli states). Dopo pranzo (un po’ tardivo) seguiamo due spettacoli organizzati, il primo è uno spettacolo di macchine e moto nel quale si prova a girare un minifilm mostrando le tecniche utilizzate negli studios, mentre il secondo è uno spettacolo basato su Indiana Jones.
Ok, la luce inizia a calare e si fa tardi: è ora di andare a Magic Kindom quindi prendiamo la monorotaia che da WDW-Studios ci porta all’ultimo parco che visiteremo, fiduciosi nel trovare finalmente un pupazzo di Mickey Mouse/Minnie/Donald Duck. E’ tutta una illusione purtroppo! Niente pupazzoni. Forse è troppo tardi, forse esiste il coprifuoco per i pupazzi, fatto sta che non ne abbiamo trovati ![]()
In ogni modo abbiamo fatto un paio di attrazioni tra le quali: Space Mountain (che me lo aspettavo ai livelli degli altri rollercoaster, invece è piuttosto lento), Big Thunder Railroad e per finire Splash Mountain (ovviamente l’attrazione dove ci si bagna la lasciamo sempre per ultima). Siamo a fine serata, e come finire bene la giornata se non con i fuochi artificiali sul Cindarella’s Castle? Veramente notevoli, con tanto di Trilli (la fatina di Peter Pan) che scende a metà fuochi artificiali. Dopo i fuochi abbiamo visto inoltre la sfilata dei carri, ma neppure qui abbiamo avuto l’occasione di vedere i padroni di casa salutarci.. (insomma giro a World Disney senza la visione dei pupazzi)…
Una parola su questo parco? Troppo grande, decisamente troppo grande per vedere anche solo un po’ di ciascuno in una sola giornata. Il consiglio che vi diamo è di entrare a Magic Kindom e rimanerci. Fare come abbiamo fatto noi equivale a più del 50% del tempo impiegato nel camminare di qua e di la, nel trovare le cose, nel cercare come muoversi da parco a parco (una piantina di tutti e quattro i parchi sembra non esistere, o per lo meno non ci è stata fornita ne l’abbiamo trovata). Ricordarsi che è un parco per bambini è d’obbligo ed è il posto dove i sogni dei bambini diventano realtà, insomma per non rimanere delusi dovete un po’ tornare fanciulli (cosa che se non correte come dei dannati come noi non è troppo difficile). Ultima cosa: spenderete soldi, tanti: per due o tre giorni preparatevi a spendere almeno 300 dollari(no,va bene tutto ma non abbiamo speso questa cifra NOI,ndU) stando nel parco (senza contare hotel, in questo caso ce ne sono tantissimi all’interno… per i ragazzini un paradiso). Ah ultima cosa, i giorni extra dopo il 6 giorno costano solo 5 dollari! ahhahahahahahahah
Seguendo la strada lungo la costa della Florida, ci siamo fermati a cucinare un pò di wurstel ai piedi di una bellissima spiaggia bianca per poi proseguire per un po’ di miglia fino ad arrivare ad Orlando nel tardo pomeriggio.
Orlando è una città strana, la si potrebbe definire come una piccola Chicago, ricca di laghetti, di parchetti e piena di gente che fa jogging con alle spalle palazzoni moderni completamente vetrati. Qui ci siamo rilassati un pò, abbiamo scattato un pò di foto quindi ci siamo diretti verso l’esterno visto che il giorno dopo era previsto…il ritorno all’età fanciullesca.. e qui passo la palla al mio collega che vi narrerà delle nostre avventure a World Disney World
Prima di arrivare in Florida, però, bisogna superare altri due stati ovvero Missouri e Alabama..c’è poco da dire di questi due stati, in uno dei due ci siamo fermati una seraper cucinare la nostra ormai famosa “pasta on the road” fatta di spaghetti n°3 e ragù al gusto di carne. La cena abbiamo deciso di farlasulle coste del mare del golfo del Messico, sì, esatto, proprio quello interessato dal disastro ecologico della piattaforma petrolifera della Bp affondata(a proposito,sapete che il marchio dei distributori Bp è un fiore verde stilizzato?? no comment…) ma a parte strane ombre nere, non abbiamo visto nulla per via dell’ora tarda. Abbiamo quindi proseguito diretti verso la florida.
Rieccoci dopo un po’ di giorni di silenzio a parlare del nostro wild trip 2 – The U-turn into the wild.
Quest’oggi vi raccontiamo un po’ della simpatica cittadina di New Orleans, patria del jazz e del blues. Dovete, infatti, sapere che qui nacque Louis Armstrong, musicista nato in povertà ma presto diventato il massimo rappresentante del jazz dando così lustro alla sua città natale.
New Orleans ci accoglie con un caldo infernale che, pur non essendo minimamente paragonabile alla Death Valley, è comunque in grado di creare disagi se non equipaggiati con litri di acqua ed un cappello.
Parcheggiato il bestio puntiamo subito il centro di New Orleans dove ci accoglie un famoso festival jazz locale in cui si alternano cantanti e trombettisti veramente piacevoli da sentire. Tempo breve e siamo già immersi nell’atmosfera di questa cittadina un po’ retrò. Girare per i vicoli è veramente come fare un salto nel passato, le case hanno le facciate formate da balconate di legno cotto al sole e mai sostituito che, insieme a marciapiedi un po’ scassati e alla poca gente in giro, danno una sensazione di vecchio west.. ed è per questo che come cittadina è unica!
Dopo un giro nel mercato francese che ogni giorno affolla una delle piazze della città, ci dirigiamo verso il porto dove una simpatica signora ci allieta con le note del suo pianoforte, suonato su uno dei piani di uno dei tipici battelli che solcano il Mississippi (sì,esatto, quelli con un’enorme pala come propulsore!!!).
Dopo qualche spesuccia per voi amici lettori, torniamo in macchina e ci spostiamo verso Bourbon Street ovvero quella che dovrebbe essere la “strada degli artisti”…. ehmmm, qui ci sarebbe da capire esattamente cosa si intende per “artisti”, fatto sta che una strada “bordello” così non l’avevo mai vista.
Sembrava di essere in un film western dove donnine di facili costumi si affacciavano dalle balconate di legno chiamando i passanti alle loro grazie. Una Pigalle più rustica potremmo definirla, con un mix di musica che a Parigi manca.
Ovviamente non cediamo alle tentazioni (ciao mamme!
) e proseguiamo fino ad incontrare alcuni brakers che si esibiscono in numeri più che carini. Qualche musicista in realtà lo si incontra lungo la Bourbon Street ma nulla nega che se questa una volta era la strada dove la musica nasceva, oggi non è più così. Pur lontanissima dalle sue origini, comunque, la strada va vista.. magari senza bambini al seguito però…
Lasciamo, quindi, la Louisiana e ci rimettiamo on the road puntando la Florida…



































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